Risguardi prima edizione

Risguardi – mercatino del libro usato di Casa Astra
Articolo di Daniela Carugati da La regione, 3 maggio 2017

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L’attesa di chi non ha nulla – Casa Astra su Azione. Articolo di Laura Corcia

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Articolo di Laura Corcia da Azione del 24 aprile 2017

L’attesa di chi non ha nulla
Ai margini /1 – Inizia con questo articolo una serie dedicata alle persone che nel nostro cantone vivono in una situazione di precarietà. Le testimonianze sono state raccolte a Casa Astra

/ 24.04.2017
di Laura Di Corcia, foto Stefano Spinelli

In questo viaggio vogliamo parlare di chi non sta al centro delle cose, ma resta in disparte. Da quell’angolazione, però, vede altro, rimesta i fondi di quell’edificio che chiamiamo società. Vogliamo ficcarci il naso, raccontare le loro storie, ascoltarli, prenderli per mano, cercare di capirli, riportarli a voi lettori. Spalancare, attraverso questi racconti, nuove prospettive sul nostro territorio.

Appena entri, la prima cosa che vedi e che ti colpisce sono tavoli. Tavoli con attorno sedie, tavoli lunghi, pronti a radunare cinque, sei, sette persone; tavoli che, come presenze mute, sottolineano il materializzarsi di un tempo altro, che non osserva le leggi della realizzazione personale, della rincorsa alla carriera, dello sgomitare per il proprio posto nel mondo. Qui c’è un tempo che si addensa, che sa accogliere il pianto e la fatica, la rabbia, qui ci sono un tempo e uno spazio che si srotolano davanti agli occhi degli ospiti, alle loro mani, ai gesti, ricordando due parole antiche, oggi un po’ stranianti, avulse come sono dal contesto attuale: pazienza, attesa.

«Io qui non ci sto bene, voglio tornare da lei – dice Giorgio (nome di fantasia, così come tutti gli altri, a parte un’eccezione) – è lei che mi ha denunciato, è lei che mi ha buttato fuori di casa, ma io voglio tornare da lei, a casa, perché la amo». Giorgio è a Casa Astra da qualche settimana e ha alle spalle un passato di alcolismo e di violenze domestiche. «Bevevo, sì, è vero: ma quando lavori sui binari per anni e vedi suicidarsi cinque persone, le vedi buttarsi sotto il treno, non lo dimentichi tanto facilmente». Parla e piange, Giorgio, piange e parla, al punto che tutto il racconto diventa una sorta di pianto ritmato, un pianto dove talvolta è difficile separare, discernere fra realtà e fantasia, bene e male.

«Mi hanno allontanato, dicono che l’ho picchiata. Ma era lei che alzava le mani su di me! Ho denunciato l’accaduto alla polizia e non mi hanno creduto. Le avrò dato al massimo uno schiaffetto; non so da dove provenga quell’occhio nero, che mi han mostrato in foto». Verrebbe da credere che sia tutto frutto della sua mente, che il colpevole sia solo lui, ma l’assistente sociale conferma la sua teoria: la casa di Giorgio era un nido di malattia e violenza (la stessa moglie prendeva farmaci pesanti), infine c’è stato un episodio grave. Ora lui una casa non ce l’ha più, e passa le giornate con la cagnetta di un’altra ospite: la coccola, la accarezza, la porta a passeggio. Poi si siede e l’unico rosario che conosce, che recita in silenzio, è: pazienza, attesa.

Quel che mi viene da pensare non come giornalista, ma come essere umano, è che non siamo nessuno per giudicare. Lo dico anche a Francesco, che racconta tutto a scatti, tende a giustificarsi e allo stesso tempo a colpevolizzarsi, come Giorgio. Sono io che devo chiedergli, a fronte di racconti sull’uso e sul presumibile spaccio di droga, del suo passato, di come è cresciuto. «Venivamo dal Sud – mi racconta – mio padre era manesco e si riempiva di debiti. Mia madre si spaccava la schiena come donna delle pulizie, per rimettere a posto le finanze». Un ambiente difficile, che non crea le basi per una serenità futura: aggiungici le battute razziste a scuola, e il gioco è fatto. «Picchiavo gli altri ragazzini, perché mi davano del terrone. Un giorno, in terza elementare, ho spinto un compagno giù da un muretto e si è fatto male. La maestra è stata intelligente: ha chiamato le due famiglie e ha detto alla mamma ticinese: dovete smetterla di educare i vostri figli a insultare gli italiani, ci stanno dando una mano a costruire il Paese».

Francesco ammette di aver bisogno di fare ordine, di schiarirsi le idee. «Ho avuto un tutore, ma è andata malissimo; mi faceva stalking, l’ho dovuto denunciare. Ora ho bisogno di riposo, ho i ricordi appannati: sono pittore e so fare bellissime decorazioni, mi piace leggere e studiare, vorrei fare una riqualifica». Glielo auguriamo tutti. Prima di salutarlo, non mi dimentico di dirgli che è stato coraggioso a raccontarmi tutto.

Poi è il turno di Mariano (nome vero), che arriva dalla Romania, ed è cresciuto in orfanotrofio, con un’educazione rigidissima; appena ti ribellavi, botte da orbi. Sono queste che ha trovato anche in Italia, nei vari dormitori che l’hanno ospitato dopo che ha seguito una donna di lui innamoratasi, una volontaria partita dalla Romania, subito rivelatasi inaffidabile e incongruente. Così inizia «la vita agra» di Mariano, che passa da un dormitorio all’altro, senza tregua, alternando anche momenti di clochardisme. «Non ce la facevo sempre a stare nei dormitori. Sono tutti violenti, devi fare quello che vogliono loro e non fiatare. Ma io non ce la faccio a stare zitto, se vedo qualcosa che non va». A Mariano piace il profumo. Perfino quando dormiva in tenda, trovava il modo di lavarsi e di essere sempre a posto, «la gente, quando le dicevo che vivevo per strada, non ci credeva». Poi c’è stato un intervento, al Niguarda, un episodio sul quale non vuole soffermarsi. «Sono cose mie – mi dice fiero – ma quel momento mi ha segnato e sono caduto in una forte depressione. Non vedevo vie d’uscita in Italia e ho pensato che dovevo emigrare all’estero». Inghilterra: no. Amsterdam: no, «troppa droga». Allora Svizzera. E quindi Casa Astra. Così Mariano è arrivato alle nostre latitudini, portando con sé una storia di dignità e coraggio, di soprusi e riscatti. Adesso attende, spera un giorno di poter fare il parrucchiere in un negozio tutto suo, e nel frattempo ringrazia Casa Astra. «Mi hanno dato il sorriso, la loro pazienza e la voglia di vivere; quando uscirò di qui, continuerò ad aiutarli».

Alim vive in Svizzera da trent’anni, e da trent’anni lavora: da quando, cioè, si è trasferito dalla Turchia, suo Paese natale. È andato tutto liscio fino a pochi mesi fa: due figli, una moglie e un divorzio. Poi, qualche forza misteriosa ha rovesciato la tavola piana su cui aveva basato la sua esistenza. Un incidente in auto, la revoca della patente, quindi il licenziamento (faceva l’autista); e poi, il mancato rinnovamento del permesso C per cavilli burocratici. Senza soldi, senza la possibilità di cercare un nuovo posto di lavoro, Alim si appoggia a qualche amico (i figli stanno in Svizzera francese, sono giovani e si stanno costruendo un futuro; non vuole esser loro di intralcio); poi non ce la fa più. Ultima spiaggia, Casa Astra. «Son tranquillo – dice – perché se non mi han cacciato fino ad ora, non mi cacceranno più». Vive sospeso, Alim, dice di aver sempre lavorato, sempre pagato le tasse, e di trovarsi con un pugno di mosche in mano; è arrabbiato, anche con chi lavora dietro gli sportelli, perché non mostra nessuna umanità. «Non ho mai pensato all’alcol e alle droghe; non mi piacciono quelle cose, e poi non avevo tempo, perché lavoravo». È arrivato in Svizzera seguendo il padre, che lavorava nei Grigioni. Lo chiama «il mio povero padre». «Potrei pensare di rientrare in Turchia, ma che cosa farei? Ormai anche lì sono uno straniero».

Si sentono stranieri dappertutto, gli ospiti di Casa Astra, sono frastornati, scivolano sui margini, li fanno propri, e poi li perdono di nuovo. Ma quello di cui parlano sempre, tutti, è lo strano abisso che si viene a creare sul confine fra bene e male. «È una scelta – dice Mariano. Io scelgo di non fare del male agli altri». Non sono cattivo, sembrano dire, non è colpa mia. Pazienza, attesa. E forse, in fondo, un po’ di speranza.

Io e il collega Stefano usciamo di lì con la stessa consistenza della nebbia, non commentiamo nulla, ognuno si ficca in auto e torna a casa. Le loro parole non ci abbandonano, rimangono lì, a girarci in testa, come animelle fragili di un Purgatorio che è lì, dietro l’angolo.

Verso il cielo stellato

Articolo di Massimo Daviddi da La Regione Ticino, sabato 28 gennaio 2017
(cliccare per ingrandire)
 

REGIONE1

 

Persone senzatetto a Chiasso – servizio de Il Quotidiano

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Servizio sulla presenza di persone senzatetto a Chiasso, con dichiarazione del sindaco e del responsabile di Casa Astra Donato Di Blasi.

Guarda il servizio (da 8’20” a 11’22”)

Chiasso e le persone senza tetto

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Su ticinonews.ch, in un articolo pubblicato oggi dal titolo “Si dorme ancora dove capita”, si parla della presenza di persone senzatetto a Chiasso. Il consigliere comunale Giorgio Fonio firma un’interrogazione destinata al Municipio dove chiede, in sostanza, quale sia la reazione al problema e di aprire il centro della Protezione civile per dare una risposta alle situazioni di urgenza. L’interrogazione risale al periodo pre natalizio ma attende ancora risposta.
Il sindaco di Chiasso Bruno Arrigoni, interrogato dal giornalista di Ticino News, risponde da par suo che “la situazione è sotto controllo” ma anticipa che il Municipio non ritiene necessaria l’apertura di nuovi alloggi per senza tetto, e non solo per i costi che questi comporterebbero.
Aggiunge anche che: “Non c’è un’emergenza, anche perché in ogni caso alla stazione ferroviaria è attiva la Pro Filia, un’associazione cattolica che mette a disposizione posti letto per donne e bambini” spiega il sindaco di Chiasso. “Quindi la parte più fragile è gestita da questa associazione, che collabora da anni anche con le Guardie di confine e con le autorità preposte della stazione.”

Peccato che Pro Filia gestisca un paio di posti letto destinati esclusivamente a donne e bambini e che la maggior parte delle persone che si trovano prive di riparo nel nostro Cantone siano uomini. E anche che la risposta sia a un’urgenza che prevede la permanenza al massimo per una notte.
Peccato anche che accedere alle informazioni su questo sostegno sia quanto meno arduo. Basta andare sul sito http://www.profilia.ch/i/servizio-di-accoglienza-alla-stazione per notare come si venga rimandati al sito http://www.bahnhofhilfe.ch, che parla sopratutto dei servizi offerti ai viaggiatori e che come lingue offra unicamente il tedesco il francese, e nemmeno per tutto il sito. La risposta, comunque, la si trova su una pagina in francese che riporta un numero di cellulare disponibile unicamente nei giorni feriali dalle 8.00 alle 12.00. Il servizio rimane chiuso il fine settimana e i giorni festivi.

Per tutto il resto, rimangono Casa Astra con 23 posti letto che, oltre a ospitare una netta maggioranza di persone domiciliate, assume anche casi urgenti segnalati da servizi sociali e polizia, e la Comunità Emmaus a Rivera con circa 15 posti.
Il progetto di una rete di centri di accoglienza, presentato da parte del Movimento dei Senza Voce, rimane quindi di stretta attualità sin dal momento della sua genesi 14 anni fa. E con Casa Astra aperta a Mendrisio e Casa Marta in un prossimo futuro a Bellinzona l’Associazione porta avanti con determinazione i suoi propositi.

Movimento dei Senza Voce

 

www.ticinonews.ch/ticino/342640/si-dorme-ancora-dove-capita

http://www.aide-en-gare.ch/fr/Chiasso

6 ticinesi su 10 hanno difficoltà a pagare la cassa malati

Sei ticinesi su dieci farebbero fatica ad arrivare a fine mese. Il risparmio? Su ristoranti e uscite

 

(foto: Carlo Reguzzi – Ti-Press)

 

Da laregione.ch, 03.01.2017

Borsellini vuoti a fine mese in Ticino. A evidenziare la difficoltà è un sondaggio compiuto a dicembre da comparis.ch. Basato su un campione di 1041 cittadini elvetici, l’inchiesta ha rilevato che il 60,8% di chi ha risposto da sud delle Alpi riuscirebbe a malapena a far fronte alle spese con il proprio reddito. La situazione degli svizzeri romandi pare sia leggermente migliore dal momento che “solo” il 39,2 per cento fatica a coprire le spese. Tra i tedescofoni è il 31,8 per cento ad essere in difficoltà.

Ottimismo in Svizzera, pessimismo in Ticino

Eppure, a livello globale, oltre l’80 per cento degli intervistati dichiara di attendersi nel 2017 almeno una situazione finanziaria stazionaria (53,7 per cento), di poter godere di finanze migliori (22,2 per cento) o addirittura molto migliori (6,3 per cento). Tra i più pessimisti, anche visto quanto sopra, ci sono gli svizzeri italiani: quasi il 30 per cento degli intervistati teme un declino.

“In generale la propria situazione finanziaria viene valutata in maniera positiva dalla grande maggioranza degli intervistati (65,1 per cento) – rileva Comparis in un comunicato  –. Tuttavia, più di un quarto dei partecipanti al sondaggio dichiara di dover fare attenzione a ogni singolo franco o addirittura di non riuscire affatto a sostenere le spese”.

I premi delle casse malati tra le principali preoccupazioni

Tra le voci di spesa che più mettono in difficoltà i bilanci famigliari vi sarebbero i premi delle casse malati, soprattutto nella Svizzera italiana: “Quasi il 60 per cento dei ticinesi lamenta di avere regolarmente o di tanto in tanto difficoltà a procurarsi il denaro per pagare i premi. Gli svizzeri romandi e tedeschi, rispettivamente con un 35,1 e un 28 per cento, dimostrano chiaramente di avere terreno più solido sotto ai piedi”.

Rinunciare a spese inutili e sfruttare gli sconti: ecco come si risparmia in Svizzera

Se costretti a ridurre le proprie spese, gli svizzeri sanno risparmiare bene. Alla domanda su come avvenga concretamente il risparmio, gli intervistati indicano come prime misure d’emergenza la rinuncia alle spese inutili, l’utilizzo di sconti, il confronto dei prezzi e l’acquisto nei discount  all’estero. In generale però in Ticino ‘solo’ il 43,5 per cento indica di mettere da parte il denaro non utilizzato. Nel resto della Svizzera la percentuale supera il 50%.

La lista delle spese da eliminare: al primo posto c’è il ristorante

“Per chi deve risparmiare c’è da chiedersi a cosa rinunciare. Il sondaggio – scrive Comparis – mostra un quadro chiaro: la prima cosa ad essere tagliata dalle abitudini personali e famigliari è il ristorante, o qualsiasi uscita. Oltre alla gastronomia (posizione 1), in tal caso, anche il settore dell’elettronica d’intrattenimento (posizione 2) e l’industria della moda (posizione 3) devono prepararsi a tempi duri: questi sono i campi in cui gli intervistati sono pronti a usare le forbici. Ad essere meno in pericolo sono invece hobby, auto e viaggi per vacanza”.

Ecco la classifica completa:

  1. Ristoranti e uscite (60,7 per cento)
  2. Nuove tecnologie e prodotti di elettronica (59,0 per cento)
  3. Vestiti nuovi e accessori (56,7 per cento)
  4. Cultura, teatro, cinema, concerti, eventi sportivi (51,1 per cento)
  5. Viaggi, ferie (37,9 per cento)
  6. Auto (31,3 per cento)
  7. Hobby (23,4 per cento)
  8. Altro (4,5 per cento)

Grignola Mammoli:
‘È importante capire il valore del denaro’

«Il bilancio è positivo. C’è molto interesse, soprattutto sulla tematica della gestione del budget familiare». Sara Grignola Mammoli è la responsabile operativa del Piano ‘Il franco in tasca’, avviato dal Cantone nel 2014 per prevenire l’indebitamento eccessivo. «Noi non parliamo molto di ‘indebitamento’, quanto piuttosto della capacità di usare il denaro e di conoscerne il valore». Le misure attuate sono più di venti, suddivise tra azioni di prevenzione, di formazione, di intervento e di coordinamento. «Collaboriamo con diversi partner impegnati sul territorio – spiega la responsabile alla ‘Regione’ –. Uno di questi è ‘Dialogare’, che organizza dei corsi sulla gestione del budget. Vediamo che sono diverse le persone che, a fronte di entrate limitate, cercano dei consigli su come arrivare meglio alla fine del mese». Consigli e strumenti utili si trovano pure sul sito del Piano cantonale (www.ilfrancointasca.ch). «C’è sicuramente una fascia di popolazione che si trova in una situazione di indebitamento eccessivo: circa il 7%, stando alle statistiche – riprende ancora Grignola Mammoli –. Persone che hanno accumulato una serie di debiti difficili da recuperare, e che sono dovuti in buona parte ai passaggi di vita: agiamo in tal senso perché sappiamo che il rischio di indebitamento non è dovuto tanto alla povertà o all’avere dei bassi redditi, quanto ai cambiamenti repentini della propria situazione. Un divorzio, una malattia, la perdita del lavoro. Ma anche eventi lieti, come la nascita di un figlio». Il punto centrale quindi non è guadagnare per forza di più, bensì riuscire a utilizzare al meglio le proprie entrate. «Il pericolo è non essere consapevoli delle uscite: è in questo ambito che interveniamo». Anche le scuole chiedono aiuto. «A livello scolastico c’è una forte richiesta in ambito di prevenzione. Bisogna insegnare ai ragazzi a pianificare le spese. Capacità che oggi è venuta a mancare, rispetto alle generazioni precedenti». Il gioco preferito, l’accessorio più ‘in’. «Lo vedono, lo vogliono, lo comperano. Invece bisogna insegnare a progettare la spesa. Dietro al concetto di ‘valore dei soldi’ ce ne sono molti altri». SCA

«I nostri senza tetto? Molti sono ticinesi»

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Dopo la tragica morte di Ignazio Cirillo, le rivelazioni di Roberto Rippa, uno dei padri di Casa Astra, struttura che accoglie persone in difficoltà:«Basta un divorzio e la gente si ritrova in strada»

MENDRISIO – La tragica morte di Ignazio Cirillo continua a fare discutere. Un uomo fuggito dalla sua terra, la Campania, per cercare fortuna. E morto nel rogo di una palazzina, sabato scorso, a Massagno. Secondo Roberto Rippa, presidente del “Movimento dei senza voce” e co fondatore di Casa Astra, a Mendrisio, quello di Ignazio non è assolutamente un caso isolato. Un’affermazione che contraddice quanto sostenuto negli scorsi giorni dal municipale luganese, nonché consigliere nazionale, Lorenzo Quadri. «Non bisogna ingigantire il problema, ci sono dei casi ma non stiamo parlando di orde di senzatetto», aveva dichiarato a laRegioneTicino. «Siamo sempre più alle prese con persone che vivono una situazione simile a quella di questo signore – dice, invece, Rippa –. Uomini o donne scappati dal loro Paese di origine per avere un’esistenza migliore. Non solo. I casi sono a decine. E molti riguardano ticinesi».

Casa Astra è l’unica struttura ticinese che offre vitto e alloggio alle persone senza fissa dimora. Dopo 12 anni di attività, qual è il suo bilancio?

«Ci rendiamo conto che la problematica dei senza tetto è sempre più presente anche nella Svizzera italiana. La maggior parte dei nostri utenti, lo ribadisco, è ticinese. Persone magari senza lavoro da tempo, che non riescono a ricominciare. Negli ultimi 5-6 anni abbiamo registrato un’impennata di casi. Ed è comprensibile: i posti di lavoro sono limitati e gli stipendi tendono sempre più al ribasso. Da quando, nel dicembre 2015, ci siamo trasferiti da Ligornetto a Mendrisio possiamo ospitare ben 24 utenti alla volta. Siamo quasi sempre pieni».

Parliamo dei vostri utenti. Chi sono?

«Persone domiciliate che hanno problemi di alloggio o di ordine sociale. Altre sono magari confrontate con disagi finanziari enormi. A volte basta un divorzio brutale per ritrovarsi in strada. E di divorzi ce ne sono sempre di più. Ultimamente si rivolgono a noi anche parecchie donne. In passato non era così. Assistiamo ad esempio al fenomeno della badanti in nero. Quando muore la persona che stavano curando, queste donne si ritrovano a piedi. Senza soldi».

Come si arriva a bussare alle porte di Casa Astra?

«Soprattutto tramite passaparola. Oppure grazie alle istituzioni che indirizzano le persone a noi. A Casa Astra accogliamo anche pazienti della clinica psichiatrica cantonale non ancora pronti per una vita autonoma».

Quanto si può fermare una persona a Casa Astra?

«Di regola, al massimo tre mesi. Anche se poi ci è capitato di ospitare un utente per due anni. Dipende sempre dalla situazione specifica. Offriamo vitto e alloggio. Ma soprattutto consulenza. Questo significa che i nostri operatori cercano di dare i giusti consigli agli utenti, in modo che questa gente possa di nuovo costruirsi un futuro».

Come si finanzia Casa Astra?

«Possiamo contare su un sussidio annuale da parte di Swisslos, che copre circa un sesto del nostro fabbisogno. Il Cantone, dal canto suo, riconosce le rette delle persone in assistenza da noi ospitate. Per il resto dobbiamo arrangiarci con donazioni di privati e organizzando eventi che ci permettano di aumentare le entrate. Da noi lavorano solo 4 operatori. Considerando che non tutti lavorano a tempo pieno, facciamo un vero e proprio miracolo».

Come vivono i vostri ospiti l’esperienza nella struttura?

«Cerchiamo sempre di coinvolgerli in maniera attiva. La nostra non deve essere un’impresa caritatevole. Ad esempio, sono gli stessi utenti a dare una mano nella preparazione dei pasti o nella pulizia delle camere. La comunità di Casa Astra può essere vista come un micro cosmo, in cui ognuno ha un ruolo da protagonista».

Torniamo all’episodio di Massagno. Un padre di 40 anni muore bruciato in una cantina. Come un povero diavolo. Qual è il suo pensiero?

«Non sono sorpreso, purtroppo. La nostra è una società che si basa ancora sul capitalismo. Questo sistema mieterà ancora molte vittime».

fonte: http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1122885/-I-nostri-senza-tetto-Molti-sono-ticinesi-

Tanti auguri da Casa Astra

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“Più cadi… e più sei solo” – Articolo di Simonetta Caratti da La Regione

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Più cadi… e più sei solo
di Simonetta Caratti, membro della Fondazione Casa Marta.

Più cadi… e più sei solo
laRegione22 Dec 2016Di Simonetta Caratti
Più cadi, più sei stigmatizzato. Don Paolo Solari ha messo il dito nella piaga, quando sulla ‘Regione’, qualche giorno fa, riferendosi al 40enne Ignazio morto asfissiato in uno scantinato a Massagno, ha detto: «Non tutte le persone che si trovano in questi disagi accettano di essere aiutate, dato che alcune si trovano ai margini, oltre che della società, anche della legalità». Nessuno in Ticino sa dare un volto alla precarietà, che si annida là dove l’occhio dell’autorità non arriva: sale d’attesa di stazioni, autosili, case abbandonate e non… dalle 2 alle 5 di mattina, fungono da dormitori per improvvisati ‘barboni’, che di giorno diventano invisibili. Spesso sono cittadini europei che cercano lavoro o hanno deragliato dai binari della loro vita. Invisibili nelle statistiche, ma visibili in città. Quando ci scappa il morto, la politica si indigna, inizia a vedere (finalmente) ciò che ha sotto gli occhi tutti i giorni. Ma purtroppo si dimentica anche velocemente. È stato così per Marta, la giovane ecuadoriana morta a Bellinzona nel 2008 asfissiata nel tentativo di riscaldarsi dentro un furgone. Una brutta storia che ha tolto il sonno a molti. Eppure, ci sono voluti otto anni, tanta pazienza e altrettanta tenacia, per mettere le basi (anche grazie all’attuale Municipio e un donatore) per un centro di accoglienza nell’ex stabile Ostini sul modello di Casa Astra (da cui è partita l’idea nel 2012). A casa Marta non solo alloggi di emergenza, ma un’impresa sociale come Casa Astra, per offrire agli ospiti attività di lavoro, momenti di svago e riflessione, in rete con enti, Comuni, per non isolare chi è in difficoltà. Ebbene, tra ricorsi e faticose discussioni, spesso condite da pregiudizi, è stata appena depositata la domanda di costruzione. Ma che fatica! Tempi biblici anche a Lugano, dove fra Martino Dotta, da 15 anni, cerca di creare un dormitorio aperto a tutti; alla sua mensa mangia una quarantina di poveri ogni giorno. Mica pochi. Lui commenta: «Il Cantone non aiuta i non residenti in difficoltà, non riconosce che c’è un problema, spesso sono cittadini europei, con diritto di transito e presenza. Sono qui e la questione va affrontata. Non si può sempre aspettare il morto». Per chi è senza permesso, l’autorità prevede aiuti lampo: alloggio, cure sanitarie di base, cibo, rimpatrio. Di conseguenza, devono subentrare strutture come Casa Astra: 25 posti letto (occupati soprattutto da residenti) che non bastano. È l’unico vero centro di prima accoglienza in Ticino, gestito dal Movimento dei senza voce, aperto nel 2004 (poi ampliato) e finanziato in parte dal Cantone: ospita chi ha bisogno (svizzeri o stranieri) di un posto dove dormire, lavarsi, essere ascoltato e aiutato. Una struttura nata nell’ombra, che in 12 anni è diventata un punto di riferimento e gode del sostegno di Comuni, parrocchie, enti privati del Mendrisiotto. Bravi, davvero! Ma resta l’unica struttura. La storia di Casa Astra dimostra che chi cresce nell’ombra può farcela; chi segue la via istituzionale si impantana facilmente in lungaggini burocratiche, ricorsi, pregiudizi… e intanto le persone, come Ignazio, muoiono di indigenza in uno scantinato. Questa è civiltà? Non si nasce disperati, lo si diventa a suon di sconfitte, che possono rinchiuderti in un guscio così impenetrabile da allontanarti da tutto e tutti. A questa povertà va aggiunta quella ufficiale: due residenti a settimana in Ticino restano senza alloggio e vengono collocati in pensioni, erano 119 nel 2014. Persone sfrattate, in fase di separazione o con problemi di dipendenze. Almeno loro vengono aiutati. E gli altri?

La Regione, 24.12.2016

Immagine di Casa Marta da www.rsi.ch

Non solo Casa Astra – articolo da La Regione

articolo

La Regione – Mendrisio, 22 dicembre 2016

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